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venerdì mi accorgo che in frigo c’è troppo latte
e un litro è già scaduto
quindi non mi resta che farne qualcosa
la prima cosa che mi viene in mente è la crema pasticcera
che poi con la sfoglia la panna e pezzi di cioccolato si trasformerà in una buonissima millefoglie
sabato mi accorgo che in frigo ci sono gli albumi che non ho usato per fare la crema
quindi decido di fare le meringhe
tanto ho tempo
non ho fretta
non devo neanche preparare la cena perchè è sabato e ci facciamo portare le pizze
la ricetta per le meringhe è quella classica a freddo
(c’è anche quella francese a freddo, l’italiana a caldo, la svizzera a caldo)
ho montato 200 gr. di albumi (poco meno dei 6 albumi avanzati)
con un po’ di succo di limone e due pizzichi di sale
dopo 5 minuti ho aggiunto 400 gr. di zucchero un cucchiaio alla volta
dopo 35 minuti il composto era bello spumoso e sodo
con la sac à poche ho formato
su una placca rivestita con la carta da forno
dei ciuffetti di meringa
più o meno grandi come una noce
ho infornato a 50°
aprendo ogni tanto il forno per far abbassare la temperatura
perchè il mio forno è un po’ violento
sono state dentro per 3 ore
ma come vi dico sempre
i forni sono tutti diversi quindi controllate controllate controllate
il risultato alla fine mi ha sorpreso
sono venute asciutte e croccanti
a quel punto non potevo fermarmi
la giulia sofia che è in me continuava a ripetere
meringata!
ho preso le meringhe più belle e le ho messe via per la decorazione
quelle un po’ più grandi le ho unite tra loro a due a due con il cioccolato fondente sciolto
le altre le ho sbriciolate
qualcuna ce la siamo mangiata io e i figli
poi ho montato la panna ben soda con lo zucchero a velo
e ho aggiunto i pezzetti ma neanche troppo piccoli di cioccolato fondente e le meringhe sbriciolate
intanto ho fatto cuocere in forno un disco di pasta sfoglia
una volta cotto l’ho fatto raffreddare
quindi l’ho ricoperto con la panna
ho decorato con le meringhe belle
ho messo la torta in frigorifero e sono andata a dormire
domenica ho aperto il frigo e mi sono accorta che c’era una meringata da mangiare….

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Nina rompeva con le unghie e con i denti la busta dei croccantini
io mi arrabbiavo
poi prendevo il nastro adesivo e chiudevo i buchi
sarebbe bastato cambiare posto alla busta
metterla in un posto irraggiungibile per la gattina
ma io continuavo a metterla ostinatamente in quell’angolo di cucina dove avevo deciso doveva stare
e continuavo ad arrabbiarmi con nina che continuava a fare i buchi
ora
quando do i croccantini agli altri gatti
e mi ritrovo tra le mani la busta senza segni di nina
neanche un graffio
sento la sua mancanza

e ci farebbe un gran bene a tutti ogni tanto
togliere certe buste da certi angoli

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quando arrivo in redazione sono tutti in silenzio che lavorano
serissimi
naturalmente con il mio arrivo questa pace finisce
dico le mie solite due o tre cazzate
e racconto quello che ho cucinato
così ho deciso che quest’anno per natale avrei regalato qualcosa fatto da me
tanto per far vedere che non racconto bugie ma cucino veramente
siccome sono stati buoni gentili e pazienti
ho preparato i tartufi al cioccolato
che o te li sei meritati o non te li puoi mangiare!
ho fatto dei tartufi al fior di sale e altri all’arancia
quindi ho preparato due ciotole con 150 g. di cioccolato fondente al 70% e 100 g. di cioccolato al latte in ognuna
poi ho preparato il caramello in due padelle antiaderenti (io mi trovo benissimo con quelle di ceramica)
90 g. di zucchero in ognuna
quando lo zucchero ha iniziato a caramellarsi ho aggiunto 200g. di panna che ho fatto precedentemente bollire
ovviamente 200 per padella
la panna va aggiunta un po’ alla volta e mescolando
fate attenzione
perchè se la versate tutta insieme vi scottate
ho tolto dal fuoco e ho aggiunto il burro
30 g. di burro salato in una e 30g. di burro normale nell’altra padella
dove ho aggiunto il burro salato ho aggiunto il fior di sale (una presa abbondante)
dove ho aggiunto il burro normale ho aggiunto un pò di scorzette di arancia candita e un po’ di mandorle tritate
quindi ho versato i due caramelli sui cioccolati e ho formato la ganache
ho fatto riposare in frigo per tutta la notte
la mattina
mentre i filosofi533521_10200235033266608_1991435857_n lavoravano serissimi
ho preparato i tartufi
quelli al fior di sale li ho passati nel cacao amaro
quelli all’arancia li ho passati nel cacao e farina di mandorle
ho preparato i vasetti
e sono andata a fare un po’ di casino in redazione!

mentre in televisione monologa berlusconi
con le orecchie sempre più grandi
la faccia sempre più arancione
gli occhi spariti dopo l’ultimo tiraggio
e un visone (vecchio anche quello) in testa
decido di dare un senso alla serata
e un profumo di buono alla casa
così faccio la torta di ricotta
anche perchè ho una ricotta scaduta in frigo… :)
la ricetta è facile facile
come piace a me
minimo sbattimento massima resa
e inizio proprio con lo sbattere i tuorli (4) con 5 cucchiai di zucchero
e quando dico sbattere intendo che devono diventare chiari e spumosi
poi unisco 4 cucchiai di farina
500 gr di ricotta
gocce di cioccolato quante ne volete
pinoli quanti ne volete
la scorza grattugiata di un limone non trattato
se vi piace la cannella
io non l’ho messa
aggiungo infine gli albumi (sempre 4 come i tuorli) montati a neve
verso il composto in una tortiera imburrata e inforno
più o meno 170° per 40/50 minuti
dipende dal vostro forno
tenetela d’occhio e quando vi sembra pronta infilate uno bastoncino di legno al centro della torta
se esce asciutto e pulito la torta è pronta
una volta cotta e fatta raffreddare potete cospargere di zucchero a velo
o come ho fatto io ieri sera glassarla con cioccolato
anzi io ieri sera l’ho decorata con un bosco concettuale di alberelli di natale
intanto berlusconi parlava parlava parlava….
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Mio marito e io abbiamo un accordo (non proprio un accordo, un editto emanato da me): di notte si alza lui. Se un bambino ha sete, se un’altra ha fatto un brutto sogno, se qualcuno ha la febbre. Io dormo. Oppure mi sveglio, ma resto immobile, a volte gli urlo (piano, ma non pianissimo) nell’orecchio: alzati, ti chiamano! Lui sobbalza, mastica una decina di parolacce e corre al capezzale di questo o quello. Nel frattempo io mi riaddormento. Sono una madre lavoratrice, la mattina devo andare in riunione. Che è più o meno alla stessa ora della riunione di mio marito.

Anche lui è un padre lavoratore. Però nessuno ha ancora organizzato grandi dibattiti sulla difficoltà per i padri di conciliare lavoro e famiglia. Ann-Marie Slaughter, madre di due figli, quando ha scritto Perché non possiamo (ancora) avere tutto, non ha incluso il padre dei suoi ragazzi in questo saggio sul mondo ancora troppo ostile ai genitori (alle madri, per l’esattezza). Eppure il marito della Slaughter è uno di quelli che si ricordano di comprare l’olio che sta per finire, e sa che la bambina a danza ha bisogno delle forcine per lo chignon, e che il ragazzo deve ripassare matematica per il compito in classe. Anche lui ha un lavoro, naturalmente, ma questa eccellente paternità e condivisione viene considerata, di volta in volta, preciso e banale dovere, oppure espressione di bravura eccezionale insufficiente però a compensare i miliardi di padri che non si accorgono di avere accompagnato la bambina all’asilo senza averle infilato i pantaloni.

Succede anche a me: quando arrivo trafelata davanti alla scuola elementare di mia figlia e vedo un paio di padri in attesa, in mezzo al mare di tate e nonni, non immagino mai una corsa eroica in mezzo al traffico per dare ai bambini la sicurezza della figura paterna, o per permettere alla madre di fare lo straordinario in ufficio. Quando vedo una mamma che parla al cellulare, invece, penso sempre: ti capisco, sorella, Giovanna D’Arco era nessuno in confronto a noi, e immagino part-time negati, rinunce a viaggi di lavoro, bucati da stendere e un marito che gioca a golf.
È un cambiamento culturale avvenuto negli ultimi quindici anni, forse: i padri sono enormemente cambiati (Michael Chabon ha scritto un libro uscito nel 2010, Uomini si diventa, in cui racconta nei dettagli una pluripaternità quotidiana fatta di lavatrici, sport, veglie notturne, hamburger e discussioni), e le donne un po’ non hanno il coraggio di crederci e un po’ approfittano di questo momento di gloria, in cui finalmente viene riconosciuta la fatica di millenni (oppure hanno trovato uno degli ultimi padri nullafacenti rimasti).

Ma sta arrivando anche la ribellione dei padri lavoratori. Hugo Rifkind, editorialista del Times, ha deciso, temerario, di gettarsi contro l’egemonia culturale secondo la quale una donna che si fa in venticinque per i suoi figli giorno e notte è un’eroina del femminismo, e quando le stesse cose le fa un uomo «sono solo uno che se non le facesse sarebbe uno stronzo». Io ad esempio alle vaccinazioni mando mio marito, perché preferisco che i bambini associno la sua faccia alla puntura, invece della mia, e perché se lui mi dicesse che non può scatenerei l’inferno (ho passato due anni della mia vita allattando giorno e notte e lavorando e tu mi neghi un’ora dal dottore? Ho già le lacrime pronte, sono senza pudore). Rifkind chiede che venga riconosciuta ai padri la metà dell’onore. A parte i dettagli lavorativi (nessun uomo viene licenziato o non assunto o discriminato perché sua moglie aspetta un bambino) e quelli ontologici (nessun uomo si ricorda di far scrivere: «Buon compleanno» sulla torta ritirata in pasticceria), io sono d’accordo. Purché di notte si alzi sempre lui, anche per andarli a prendere in discoteca, tra dieci anni.
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-12-06/ribellione-papa-lavoratori-ragioni-165428.shtml?uuid=Abv9Ml9G

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