Cinquantadue – Naufragi in vasca da bagno

La vasca da bagno è il mio rifugio. Mi piacciono le volute di vapore che salgono verso il soffitto, mentre il rubinetto aperto al massimo riversa giù in uno scroscio l’acqua bollente. Con la porta chiusa l’aria della stanza da bagno si riscalda rapidamente, i vetri della finestra si appannano fino a che non scompare il palazzo dall’altra parte della strada, si crea quell’atmosfera raccolta e ovattata che mi predispone nel modo migliore all’ingresso nell’acqua fumante.

Di solito porto in bagno un radioregistratore che mi fornisce, a volume basso, musica di Couperin, Messiaen o Scarlatti, a seconda dell’inclinazione e dell’umore del momento.

Dopo aver chiuso il rubinetto, per qualche minuto continuano a cadere gocce d’acqua, con un ritmo che scandisce il tempo rallentato e musicale che mi avvolge. Gocce lente cadono nella vasca in cui sono immerso, finiscono per attirare l’attenzione sul mio corpo disteso nella massa liquida e quasi immobile e, per associazione d’idee e con un salto pressoché immediato, mi spingono a pensare ai relitti di navi che giacciono sul fondo dei mari e degli oceani.

Credo di avere quella che si definisce una passione per i relitti navali, per i naufragi che le gettarono sott’acqua, che le spinsero sotto il peso immenso delle masse marine. Immaginate i loro lunghi corpi d’acciaio, i fumaioli, le ancore e i ponti immersi sul fondo, nel silenzio oceanico. Conosco le storie di molte navi le cui spoglie rimangono nascoste e dimenticate, adagiate su un fianco o spezzate in due tronconi, spesso fuori dalla portata dei raggi solari, abitate da miriadi di pesci, polpi e murene, quelle strutture contorte, quelle lamiere divelte e rose dalla ruggine, coperte di vegetazione fluttuante come capelli. Quel mondo sommerso, avvolto da suoni attutiti e dalla penombra sottomarina, è popolato da spugne e coralli, madrepore e legioni di microrganismi che si tengono ben stretti agli alberi e ai cannoni puntati sul vuoto degli abissi, che ricoprono lo scafo privo di vita, lo sorreggono nel suo lento disfacimento.

Nel vapore che continua a salire, nel gocciolio che via via perde frequenza e si spegne in anelli concentrici sulla superficie dell’acqua, immerso come sono fino al mento, penso ai relitti che preferisco, quelli la cui storia non finirei mai di leggere e rileggere sui libri in cui se ne parla.

Ce ne sono molti di cui non conosco l’esistenza, o altri fin troppo noti, spesso ricordati da giornali e film, come il Titanic. Quel transatlantico, la categoria di relitti che preferisco su ogni altra, benché sia il relitto più famoso, non è tutto per me.

Nella mia personale graduatoria viene prima il Laconia, un transatlantico britannico che navigava al largo del Sud Africa con a bordo quattrocentotrentasei marinai, duecentosessantotto militari con i loro familiari, centosessanta cittadini polacchi liberati e milleottocento prigionieri italiani. Lo immagino enorme, alto sulle onde, fendere le acque con la prua e le fiancate possenti. Quel giorno, in quelle stesse acque, incrociava anche l’U-boat 156, al comando di Werner Hartenstein. I siluri del sottomarino colpirono il transatlantico, che cominciò ad affondare rapidamente, ma il comandante tedesco, colpito dalle grida di aiuto degli italiani, si adoperò in tutti i modi per trarre in salvo i naufraghi, e l’ammiraglio Dönitz, contraddicendo un suo primo ordine, fece giungere sul luogo altri tre sommergibili, l’U-506, l’U-507 e il Cappellini, che imbarcarono un migliaio di naufraghi e presero a rimorchio le scialuppe di salvataggio. Il giorno dopo, un B-24 americano sganciò quattro bombe sull’U-156, ma riuscì solo ad affondare una scialuppa.

Spesso mi trovo a fantasticare anche sulla corazzata britannica Victoria, un gigante da guerra colato a picco né da un siluro né dalle bombe di un attacco aereo nemico. La nave affondò a causa di un ordine insensato impartito dall’ammiraglio George Tryon. La squadra, che stava navigando al largo di Tripoli, procedeva su due file, distanti l’una dall’altra mille metri, non so quanto faccia in miglia marine. In testa al convoglio le due corazzate Victoria e Campertown. Ad un certo punto l’ammiraglio lancia alla squadra il suo ordine: invertire la rotta all’interno. Le navi eseguono l’ordine, e la corazzata Campertown sperona la Victoria, che affonda con quattrocentosessantatre uomini d’equipaggio, ammiraglio compreso.

Quando la scelta musicale è caduta su Messiaen, di solito non dimentico anche il transatlantico tedesco Willhelm Gustloff, silurato nei pressi di Danzica il 30 gennaio 1945. In quel disastro morirono settemilasettecento profughi tedeschi che si erano imbarcati sotto l’imminente minaccia dell’arrivo dell’Armata Rossa sovietica.

La Seconda Guerra mondiale ha riempito i fondali di tutti i mari di carcasse di nave di ogni stazza e nazionalità, ha mandato giù navi cariche di marinai ma anche di civili, e spesso per tragici errori e imprevisti.

Il 17 giugno 1940 toccò al Lancastria, una nave da guerra inglese, affondare sotto le bombe di una squadriglia di Stuka davanti a Saint-Nazaire, mentre la Francia crollava sotto i colpi dell’esercito tedesco d’invasione. I superstiti furono duemilacinquecento, tanti quanti erano i giubbotti di salvataggio in dotazione alla nave. Winston Churchill ordinò in quell’occasione il silenzio stampa, perché, scrisse, quella era l’ora più buia. I casi di bombardamenti sbagliati, di scherzi della Storia, non sono pochi. Il 3 maggio 1945 la Royal Air Force affondò la Cap Arcona, a Lubecca, su cui erano imbarcati quattromilaseicentocinquanta sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Il 24 ottobre 1944, invece, era stata silurata la Arisan Maru, da parte di un sommergibile della U.S. Navy. Sulla nave c’erano millesettecentonovanta prigionieri americani.

Allora, mentre aggiungo acqua calda per mantenere alta la temperatura in vasca, mi riempio i pensieri con quei nomi, Victoria, Lancastria, Cap Arcona, Arisan Maru, con Kyangya, Thielbeck, Yingkow, e altre, che popolano anche i miei sogni notturni.

Quando lo scatto secco del registratore segna la fine della musica di Couperin, Messiaen o Scarlatti, quando l’acqua comincia a raffreddarsi e a perdere la sua ospitalità, guardo il mio corpo inoltrato negli anni disteso sul fondo smaltato della vasca, e mi appare come un silenzioso, dimenticato relitto dormiente.

di Paolo Melissi, Milano (http://melpunk.splinder.com/)

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