Haikusavoia

Savoiardi fatti in Casa
Savoia, no non dico
gioia, ma la foia del bardo
biondo all’Isola Cavallo,
lo stallo della giustizia,
la mestizia d’un morto.

Era tedesco, era giovine
e forte, e l’era morte:
così in esilio facevano
scommesse sul prossimo
casino, sul prossimo
pastone, ad armi pari
solo di contrabbando.

Poi il giovine divenne
bolso e biscione,
e rideva alla Doria che
il biscùit lo pucciava
tra le cotiche di troie
escortabili, e nuovi
traffici ansanti si
scuotevano.

Finchè il figlio di cotanto
speme venne dal buco
ingrato, a parlar bleso,
il pelo mannaro e la
basetta adunca, sposato
con donna intelligente-
bontà sua, della donna-
e franzosa di diritte virtù
e cultura smartosa.

Quando l’esilio fu d’abiura
vennero qui, nella Napoli
della peste lievitata
della pelle allo scortico
del mandolino stanco
della prece alla munnezza
dell’invito a cozze con
pellagra, la delittuosa
polipante paranza di
generone pàrtenogaloppante.

Ed anni dopo, il bleso
principino, tuttosuopadre,
andò al festival del fiorame
fintato a cantare col pupo
difforme – un freak del Todd
Browning fuori della tempistica-
e col tenore de la sfigue à mort,
più ugola da posteggio che
da palcorialto e basta,
da concerto quel minimo.

Cantavano per il volgocane
intrucidito da quel televoto-
falso come il falso nell’urna-
l’amore cutugnaccolo per
il paese dove il limone spreme
su per la salsa vana
e cinciallegre sollazzano a pelame
il premier, dopo la puntura
da papaverina. Tutto un
parterre de linoleum nero
affogato nella stanga dura
d’un bassissimo impero.

Savoia e savoiardi, arrivano
i piemontardi misti a mille
sanguinacci europei, di caste
senza dive, di molecole sfatte,
di vecchi morti in piedi, di regine
di picche e re di cazzi implosi,
tutta questa genìa di poca fede
che ci fece arrestare dal fassista
prima del dietrofront, verso
il sudario del vecchio re bassotto,
al sud non ancora decotto
e sfrangiato dalla guerra civile,
e da nazisti con il sangue agli occhi.

Molto italiani, al vero. Meritano
di stare fra di noi, l’esilio fu
sbagliato. Perché meritano
l’Italia, come noi meritiamo
loro. Che non si dica che ci
sono dei belli in questa lizza,
tutti uguali a chiunque, non
c’è scampo, non si salvi
nessuno, al costo di parere
-come ci dicono dalla sinistra unita-
facinorosi qualunquisti, brigate
del buen ritiro nella disillusione.

Ebbene al qualunque io rispondo
col tutto, ché tutto si tiene
basso, al rigore intrallazzo,
al merito da furto e da scasso
breve e intenso, nel paese
che ha ridato eterno asilo
agli esiliati, reali senza gloria
né tantomeno vanto; né tanto
ce lo doveva, ché italiani lo sono
stati, e fino al bassofondo
d’ogni pensiero e istinto.

Annunci