michela-marzano-la-filosofia-del-corpo-il-melangolo-pp-106

Uno degli scritti con cui la filosofa Michela Marzano, italiana di nascita ma francese d’adozione, torna a parlarci – e grazie al quale si è imposta definitivamente all’attenzione del grande pubblico – è quello che nel nostro Paese è stato edito da Il melangolo, con il significativo titolo : “La filosofia del corpo”. Per quanto le sue tesi ed argomentazioni possano essere condivise o meno, riteniamo d’uopo segnalare questo libro, per svariate ragioni.

In primo luogo, per il semplice fatto che il corpo si rivela a noi come dato della nostra evidenza fenomenologica, attestazione, prova tangibile della nostra stessa esistenza. Non è possibile confutarne l’esistenza. È attraverso il corpo infatti che nasciamo, viviamo, ci nutriamo, moriamo, soffriamo e gioiamo poiché ci viviamo anche dal “di dentro”, oltre che vederci vivere dal di fuori, per parafrasare Schopenhauer. E al contempo, sono gli altri a darci conferma della nostra esistenza attraverso il loro sguardo, sino a renderci dei meri oggetti, dal momento che solo un corpo che è visto da altri – in seguito a tale riconoscimento, vale a dire grazie al contatto con altri corpi – può avere la certezza di esistere. L’Enfer c’est les autres, asseriva il grande Sartre, alludendo allo sguardo pietrificante che, al pari di quello di Medusa con cui altri ci guarda, ci giudica, o ancora per dirla con Lévinas ci inchioda alla nostra responsabilità, attraverso l’ingiunzione del volto. In tempi di trapianti di mani, arti vari, ecc, quale significato può assumere – si domanda la Marzano – il trapianto di un volto? Un’operazione chirurgica delicatissima già eseguita fra le altre cose; come può un individuo – in seguito a siffatta operazione – riappropriarsi del proprio sé, del proprio vissuto, in una parola della propria identità? È attraverso lo specchio che il bambino si configura e si rappresenta per la prima volta un’immagine di sé, e le pazienti intervistate lamentano il più delle volte la paura di farsi vedere da altri, proprio perché sono questi altri – tramite il riconoscimento – a sancire e a suggellare definitivamente il nostro essere al mondo.

Il corpo è ciò dinanzi al quale non è più possibile asserirne la non evidenza, la non presenza, essendo ciò che ci mette in relazione con tutto quanto il mondo. La tradizione platonico-cristiana ha a lungo considerato questo involucro esterno come una sorta di prigione che incatenava l’anima, impedendole di giungere alla conoscenza vera, un corpo-prigione che legava l’anima alla corruttibilità e alla materialità del mondo. I filosofi nel corso dei secoli si sono a lungo arrovellati su tali questioni sino ad arrivare all’estremo opposto, con Nietzsche, all’esaltazione sic et simpliciter del corpo, in tutta la sua vitalità e corporeità, passando per i vari tentativi di risolvere l’ambiguità insita nella nozione stessa di corpo, sanata ad esempio da Cartesio attraverso l’ipotesi della ghiandola pineale, o il tentativo spinoziano di considerare corpo e mente come un’unica grande Sostanza, le cui varie manifestazioni e attribuiti altro non sarebbero che attestazioni dei suoi infiniti  modi di essere.

Il corpo non è più un mero oggetto fra gli altri ma diventa la condizione stessa di ogni possibile percezione ed esperienza per riprendere Merleau-Ponty, il nostro punto di vista sul mondo; è sempre a partire da esso e dalla sua posizione che noi percepiamo, che tocchiamo, che vediamo, che tracciamo una distanza. “Io non sono di fronte al mio corpo ma sono il mio corpo”, dirà ancora il filosofo francese. È il corpo a mostrare, il corpo a parlare. L’intenzionalità del corpo conduce a superare la classica dicotomia di soggetto e oggetto. La tradizione cartesiana ci aveva insegnato a separarci dall’oggetto, a vedere il corpo come una somma di parti senza interiorità e l’anima o la coscienza come un essere completamente pieno e trasparente a se stesso.

Adesso, il corpo oltre ad attestarci la nostra presenza, ci ricorda costantemente la nostra finitudine e la nostra fragilità – per riprendere le parole stesse della Marzano – e come esso ci “inchiodi” alla realtà. […] Ed è sempre il corpo che ci permette di “assaporare” il mondo e di abitarlo, di provare emozioni e passioni, di incontrare e conoscere gli altri…

Non esiste in definitiva filosofia che non abbia dovuto fare i conti con la sua presenza, alle volte scomoda, che non si sia dovuta confrontare con esso. Oggi – grazie alla tecnica e ai progressi della scienza – abbiamo a disposizione mezzi sempre più all’avanguardia per tenerlo sotto controllo, dominarlo, annullarlo, come se ne potessimo fare a meno. Ciò nonostante, esso rimane una presenza viva e tangibile, un segno esteriore, una prova del nostro essere al mondo e sentirci vivi. È – come dicevamo – ciò che non può esimersi di metterci in contatto con gli altri, a meno che non si sia “uomo o bestia” per citare il filosofo. E nessuno di noi può vivere in totale solitudine e isolamento.

Ogni epoca ci invita dunque a riflettere sulla nozione di corporeità e sulle sue varie manifestazioni, alle luce delle riflessioni pregresse e degli ulteriori passi in avanti che sono stati compiuti in tal senso in questo sempre più vasto ambito di studi a partire dal quale ci costituiamo in quanto esseri viventi e dal quale non possiamo assolutamente prescindere. Ragione per la quale, consigliamo da ultimo, la lettura di questo breve ed interessante saggio.

Michela Marzano, La filosofia del corpo, Il Melangolo 2010, pp. 106, € 13,00.

Emanuela Catalano