domenica 29 gennaio 2012
La Lettura del Corriere della Sera
Edoardo Camurri
“il successo della filosofia pop è un bluff”
…..Simone Regazzoni, in Italia il Pop-filosofo più famoso e autore di libri come Pornosofia (Neri Pozza) e La filosofia di Lost (Ponte alla Grazie), si comporta come l’osservatore di torinesi: […] i torinesi hanno infatti bocche da neonati che rimangono piccole pur nella massima dilatazione e, quando sono alle prese con i loro agnolotti, le loro finanziere e per l’appunto i loro bolliti, un Pop-filosofo vi potrebbe vedere l’angoscia, tutta esistenziale e spirituale, delle grandi impossibilità. (…) La Pop-filosofia, volendo spiegare filosoficamente i fenomeni della cultura popolare (le serie televisive, la pornografia, i cartoni animati, il calcio, eccetera), finisce infatti con l’assomigliare a quelli che ti vogliono spiegare le barzellette o, peggio ancora, agli attori che finché non ti illustrano il messaggio (sempre impegnato) dei loro film stanno come corrucciati sullo scomodissimo pitale della loro indignazione artistica…..

si apre il dibattito
e la pop-filosofia risponde a camurri

simone regazzoni su affaritaliani
http://affaritaliani.libero.it/Rubriche/cafephilo/filosofia-pop.html?refresh_ce

In un testo del 1986, Jacques Derrida, mettendo in scena la parodia dell’intellettuale che attacca i filosofi decostruzionisti, scrive: “Sono così perversi da rendere il loro esoterismo popolare e fashionable”. Il ritratto derridiano dell’intellettuale indignato di fronte a forme di filosofia non propriamente canoniche è efficace non tanto come caricatura, bensì come ritratto assolutamente fedele dell’intellettuale pronto a gridare allo scandalo, al bluff, alla degenerazione del pensiero, non appena la filosofia osa uscire dal recinto sacro, sempre più simile a una prigione, del saggio accademico.
Contro quello che è stato definito da Edoardo Camurri, sulle pagine del Corriere, il bluff della pop filosofia va in scena qualcosa di simile, ma nella versione “commedia all’italiana”. Ecco l’accusa: “La pop-filosofia, volendo spiegare filosoficamente i fenomeni della cultura popolare (le serie televisive, la pornografia, i cartoni animati, il calcio, ecc.) finisce con l’assomigliare a quelli che ti vogliono spiegare le barzellette”. Ora, affermare che la pop filosofia è simile alla spiegazione delle barzellette significa rendersi involontariamente protagonista di una famosa storiella comica: quella dell’intellettuale di turno che crede di poter acquisire distinzione trattando le opere della cultura di massa alla stregua di sciocchezze buone, al limite, per un divertimento spensierato.
La cultura di massa? Le serie tv? Una grande barzelletta di cui i pop filosofi non sanno ridere in società! Ecco cosa vuole dirci, con spirito leggero, e pungente ironia, l’ex-inviato di “Mi manda rai tre”, novello “intellettuale ridens”. Un vero disastro, questi filosofi pop, che non sanno ridere, e prendono sul serio non solo la cultura di massa, ma addirittura i testi di Umberto Eco che, ci assicura l’intellettuale ridens, stava scherzando: “Poi lo scherzo è stato preso sul serio e il rischio è ora di morire di noia”. Ed ecco, così, svelato il vero il rischio della pop filosofia: far passare all’intellettuale di turno la voglia di ridere.
Si potrebbe essere tentati di concludere che il vero problema dell’intellettuale ridens sia una scarsa conoscenza della cultura di massa: ha visto vagamente qualche serie tv che lo ha fatto sorridere (a caso: The Wire, Lost, The Walking Dead) e l’ha scambiata, per metonimia, per una barzelletta. Ma sarebbe ingiusto ridurre tutto al fatto che Camurri non conosce la cultura di massa di cui parla: Camurri, nel suo modo leggero, ironico, postmoderno verrebbe da dire, sa essere pop, molto pop, pure troppo. Il vero problema del nostro intellettuale ridens è un altro: egli ignora un panorama culturale internazionale che da qualche decennio ormai analizza, studia, pensa la cultura di massa, i suoi media e le sue opere. Non a caso i festival di Pop filosofia come quello che ogni anno si tiene a Marsiglia, non hanno mai scandalizzato nessuno.
Stanno tutti scherzando come Eco? Dispiace rattristare Camurri ma no, non stanno scherzando; ed è probabile che nemmeno Eco scherzasse quando per primo, in Italia, cominciò a studiare la cultura di massa, scandalizzando intellettuali di varia estrazione. Dispiace rivelare al nostro intellettuale ridens che tutto questo scherzare e barzellettare e via ridendo sia tutto solo nella sua mente.
Quando i Cahiers du cinéma (da non confondere con il più prestigioso TV sorrisi e canzoni), nel 2010, consacrano un numero alle serie tv americane, mettendo in copertina Betty Drapper, una delle protagoniste di Mad Men, non scherzano, e nemmeno sperano di incrementare il fatturato del mese: stanno semplicemente facendo, seriamente, il proprio lavoro intellettuale, analizzando un fenomeno di cultura di massa che incarna una nuova forma di narrazione che non ha nulla da invidiare né alla grande letteratura né al grande cinema.
Per quale ragione la filosofia non dovrebbe occuparsene? Forse perché questo disturba l’intellettuale che spera di vivere di rendita con i quattro classici letti al liceo senza dover aggiornare le proprie letture?
Quando la Presses Universitaires de France nel 2005 pubblica un Dizionario della pornografia di seicento pagine al quale collaborano diversi filosofi non sta scherzando. Lo stesso vale per il compianto Franco Volpi quando scrisse a proposito del porno: “Sarebbe auspicabile, se non altro per la sua diffusione e per la sua rilevanza sociale, analizzarlo seriamente da un punto di vista filosofico. Insomma i tempi sono maturi per una vera e propria pornosofia. E come Socrate incalzava con le sue domande il pornografo Parrasio, perché i filosofi contemporanei non fanno altrettanto?”. Già perché? Perché nella commedia intellettuale all’italiana si correrebbe il rischio di essere accusati di fare seriamente il proprio lavoro.

Chi ha paura della Pop Filosofia?
di Simone Regazzoni
http://www.popsophia.it/archivio-blog/item/536-chi-ha-paura-della-pop-filosofia/536-chi-ha-paura-della-pop-filosofia

Uno spettro si aggira per il mondo della cultura globale, penetra nelle accademie, prende corpo nei festival: lo spettro di una filosofia il cui amore si infiamma per la cultura di massa. Un amore di cui il presunto flirt tra la star internazionale della pop filosofia, Slavoj Žižek, e la pop star Lady Gaga è la sintesi perfetta. Era inevitabile che la scintilla tra la regina dei saperi e il lato per lungo tempo considerato cattivo, basso, indegno, della cultura del Novecento sbocciasse. Lo aveva previsto il grande filosofo francese Gilles Deleuze, che affermò di aspirare a una “pop filosofia” intesa come una filosofia impura, che usa oggetti insoliti e considerati illegittimi per costruire concetti; una filosofia simile alla Pop Art che, facendo indignare molti critici, fece uso di oggetti considerati senza valore artistico per creare opere d’arte. D’altra parte, già Benjamin, nel 1929, scriveva: “L’arte popolare e il kitsch ci permettono di vedere a partire dalle cose”.
Per dirla con Lou Reed, dunque, la filosofia non solo è tornata in strada, popolarizzandosi, ma si è messa a camminare on the wild side, dialogando con serie tv, graphic novel, video games, musica pop e – perché no? – pornografia. Franco Volpi, un grande filosofo italiano prematuramente scomparso, esperto di Heidegger e Aristotele, parlando del porno ha scritto: “Sarebbe auspicabile, se non altro per la sua diffusione e per la sua rilevanza sociale, analizzarlo seriamente da un punto di vista filosofico. Insomma i tempi sono maturi per una vera e propria pornosofia. E come Socrate incalzava con le sue domande il pornografo Parrasio, perché i filosofi contemporanei non fanno altrettanto?”.
Certo, secondo alcuni accademici e intellettuali di professione la pop filosofia sarebbe una perversione dell’amore per il sapere buona per impostori della filosofia. Ma, come noto, ogni innovazione nel campo della cultura, dagli impressionisti al rock, dalle avanguardie fino alla filosofia decostruzionista di Derrida, è sempre stata salutata così. Non c’è innovatore che non abbia i tratti dell’impostore; e un’innovazione che non solleva le reazioni dei guardiani del sapere costituito non innova nulla: sta semplicemente cercando di rassicurare e rassicurarsi ripetendo a memoria la lezione di padri. Dunque, ben venga l’idea di una perversione dell’amore filosofico ad opera della pop filosofia. Come ricorda la filosofia Avital Ronell: “Se la filosofia è amore per il sapere, bisogna pervertirlo un po’, questo amore, perché possa sentirmici a mio agio”.
Quando, insieme ad alcuni amici filosofi, scrissi un libro dedicato a una serie tv (Dr. House) fui guardato come un marziano: fare filosofia con una serie tv non era considerato “filosoficamente corretto”. E non mancò, naturalmente, l’accademico di turno pronto a scagliarsi contro il pop pensiero. Era il 2008, e sembra passato un secolo. Nel frattempo, il “New York Times” ha paragonato le serie tv a Dickens e Shakespeare, i Cahiers du Cinéma le hanno incoronate come capolavori, Jonathan Franzen ha contribuito a trasformare Le correzioni in una serie tv e Slavoj Žižek, tenendo insieme Kung fu Panda e Lacan, è diventato uno dei più importanti filosofi viventi.
Ma tutto questo è serio o è un gioco intellettuale, una “vacanza intelligente” per i filosofi?
La risposta è semplice. La pop filosofia è seria come la filosofia di Hegel che, ha affermato Žižek, è stato un filosofo pop per il tipo di esempi usati nelle sue opere. La pop filosofia è seria perché si misura con opere che non sono semplici barzellette, ma sono considerate, a tutti gli effetti, oggetti estetici o opere artistiche di grande qualità e complessità. In altri termini: essa si sforza di pensare con la cultura di massa proprio come Hegel pensava con l’Antigone di Sofocle e Heidegger con le poesie di Hölderlin o i quadri di Van Gogh. La filosofia non cessa, con ciò, di occuparsi di grandi temi etici, politici, teoretici, ontologici, religiosi. Tutt’altro: facendo uso della cultura di massa, si misura con le grandi sfide della contemporaneità in modo rigoroso, ma evitando il gergo accademico troppo spesso sbandierato come garanzia di scientificità. E’ il caso, ad esempio, di un giovane e brillante filosofo francese, Peter Szendy, che ha analizzato il rapporto tra capitalismo, merce e religione partendo da Michael Jackson.
Perché, ci si potrebbe chiedere, questa necessità di confrontarsi con la cultura di massa? Perché la cultura di massa non è solo una nuova forma di cultura che si verrebbe ad aggiungere ad altre ma, come ricordava Eco in Apocalittici e integrati, è una trasformazione radicale del concetto di cultura, che investe la cultura nella sua totalità. La filosofia stessa non sfugge a questa trasformazione: può decidere di esorcizzarla, cioè di subirla senza pensarla; oppure può provare a rispondere.
La pop filosofia è, al fondo, una questione di responsabilità del pensiero: è un modo per rispondere alla sfida della cultura di massa. Con quale metodo? A ciascuno il suo, visto che la filosofia non ha mai avuto, e non ha, un solo metodo. Con le parole Sartre la pop filosofia sembra dirci: “Non possiamo perdere nulla del nostro tempo, forse ce ne sono di migliori, ma questo è il nostro”
(da “Il Secolo XIX”, venerdì 3 febbraio 2012)

Carissimi filosofi pop, studiate da Fantozzi
di Marcello Veneziani
http://www.ilgiornale.it/cultura/carissimi_professori_filosofia_pop_studiate_fantozzi/06-02-2012/articolo-id=570721-page=0-comments=1

Che succede alla filosofia dopo che i filosofi hanno certificato il suo decesso? Con esemplare masochismo, i filosofi hanno dichiarato morta la propria materia di studio. In principio furono Foucault e Derrida, Marcuse e Lyotard, e ciascuno a suo modo decretò finita la filosofia.
Era ingombrante il peso dei filosofi forti, da Heidegger a Gentile, e si pensò di puntare sulla leggerezza e l’infondatezza. Da noi, finite le filosofie della rivoluzione, si tentò il compromesso col pensiero debole di Vattimo e Rovatti.
Poi cos’è successo? Che la filosofia sfuggita ai circuiti chiusi è entrata nel grottesco. A quel punto chi è stato l’estremo erede di Marx, della dialettica servo-padrone e del conflitto di classe? Vorrei dire Paolo Villaggio, in arte Fantozzi, che ha descritto la nuova alienazione della piccola borghesia, il suo sfruttamento servile e il suo vittimismo, la grottesca dominazione dei manager o megadirettori. Nessuno meglio di Fantozzi ha descritto in modo comico la condizione postmoderna dell’Impiegato, il nuovo proletario della società consumista di massa, i suoi sogni e le sue viltà. E che dire di Nietzsche finito al cinema, tra Rambo, Superman, gladiatori e altri eroi? Chi è stato l’erede grottesco della scuola filosofica meridionale, vichiani come Cuoco o hegeliani come Spaventa e Croce, per intendersi? Direi Renzo Arbore e la sua scuola, in cui fiorirono filosofi partenopei come De Crescenzo e Pazzaglia, sociologi dell’edonismo come Roberto d’Agostino, poi fondatore del micidiale sito di metafisica dei costumi, il tempio del gossip Dagospia; pensatori surreali come Frassica, Ferrini e Catalano, figure pedagogico-professorali come Mirabella, Marenco e svariati musicologi, oche pensanti e intellettuali maccheronici della Magna Grecia. La filosofia di Arbore travisava la vita nella notte, in una visione ironica con tratti goliardico-televisivi e cazzeggi erotico-musicali. Di quel filone Luciano De Crescenzo fu il filosofo sistematico che ripassò i grandi autori della filosofia in padella pop scanzonata.
Ma quella è stata la filosofia di massa che ha inciso sui gusti, i linguaggi e il modus vivendi di intere generazioni, rispecchiandole. Fantozzi, Dago e Arbore sono esempi di sociologia dal vivo. Naturalmente sono paradossi per capirsi.
Ora invece ci sono i teorici della pop filosofia, tra cui il brillante Simone Regazzoni che scrive di Pop filosofia o di Pornosofia; Pedro González Calero che dedica i suoi libri a Rido ergo sum e alla Risosofia; i filosofi di Twitter, o Irwin & C. che scrive di filosofia dei Simpson o quanti come Maurizio Ferraris, filosofo degli oggetti, dal telefonino all’iPad, è interprete del postmoderno. Filosofo di largo pubblico e alta divulgazione è Umberto Galimberti, nella titanica impresa di trasferire Heidegger e Severino al pubblico pop e ai settimanali femminili. Non si contano poi i tentativi di applicare la filosofia ai mari e ai monti, al passeggiare e al camminare, al vino e alla musica pop, al jukebox e al calcio, al cinema, al sesso e al caffè. Da Francesco Tomatis a Duccio Demetrio, da Massimo Donà a Giancristiano Desiderio, sono in tanti che in Italia – con diverso esito, ma solitamente gradevole – portano la filosofia in gita fuori porta. E ci sono festival ad hoc come Popsophia a Civitanova Marche. Il problema sorge quando i filosofi, per sentirsi vivi, attuali e seducenti, compiacciono i mass media, civettano con le mode e il pop. Allora finiscono per essere superati dai veri pop, che in quelle acque sanno navigare meglio di loro e con risultati più soddisfacenti. Ai filosofi che fanno il verso a Dago, Arbore e Fantozzi, sono preferibili gli originali.
Ma può esistere sul serio una pop filosofia, come la musica, il cinema o l’arte pop? Sì, è possibile, anzi è necessaria. Perché si è aperto un abisso tra il pensare e il vivere, tra filosofia e sentire comune. La filosofia vale per pochi, introversa e ostica ai più; la vita invece è il canto delle emozioni, il concerto dei desideri e va lasciata ai suoi istinti e piaceri. Non sporcate la filosofia con la vita profana e non avvelenate la vita vissuta con l’acido del pensiero. La vita corrompe il pensiero, il pensiero corrode la vita. Separiamo separiamo. Così viene fuori un pensiero che non esprime più nulla, anzi per dirla in modo filosofico, un pensiero che pensa il pensiero, che vive e muore di analisi, mai di sintesi, sterile, non combacia con la vita. E dall’altra parte una vita che non pensa più nulla, che vive soltanto, non progetta, non ricorda, non conosce, non capisce; usa e abusa. È brutto il divorzio tra vita e pensiero, sciogliere la vita dall’intelligenza. Dove porta? A vite virtuali e pensieri finti; e in entrambi il nulla.
Da qui l’urgenza di un pensiero popolare. Ingresso libero, accesso a tutti, bagnare il pensiero nella realtà e poi stenderlo al sole per asciugarlo ai quattro venti. Filosofia chiara e fresca, pensieri all’aria aperta. E poi, chi capisce capisce.
Finora ciò che è culturale, filosofico, dev’essere per forza elitario, riservato a pochi; e ciò che è popolare è necessariamente banale, se non volgare, rozzo. Invece la più vera, grande cultura, la più bella e verace filosofia, è rivolta a tutti; poi ciascuno capirà secondo il suo grado, la sua inclinazione e i suoi studi. Il rango si determina strada facendo, dal tipo di risposte; non va determinato a priori, dal tipo di domande che invece sono universali. Certo, si formeranno poi le scale, nasceranno le gerarchie, e sarà un bene. Ma si formeranno in modo naturale livelli diversi sulla base del pensiero e non prima, sulla base di caste e saperi a circuito chiuso. E comunque il terreno da cui germoglieranno sarà comune, tutti capiranno da dove nasce un pensiero, ne coglieranno il profumo secondo il loro olfatto perché quel pensiero tocca ciascuno di noi. Filosofia popolare, perché nascere, vivere, invecchiare, morire; parlano di noi, mica solo di loro o di qualcuno. Non escludono nessuno.
Il pensiero popolare non deve compiacere le masse ma essere vero e crudo, anche ruvido, quando ci vuole. Il pensiero popolare non può amare gli stoccaggi e gli outlet per piazzare merce standard; è un pensiero che si rivolge a tutti e a ciascuno. Pop vuol dire non lasciare il monopolio del linguaggio a qualcuno, ridare alla filosofia la sua universalità perché il suo genere è umano.
Fatelo uscire dalle accademie e dai comitati, il pensiero vuole stare all’aria aperta, vuol fermarsi in piazza, sedersi a tavolino, conversare con la gente.

La missione “sagittale” della Pop-filosofia
di Francesca R. Recchia Luciani

L’intervento di Edoardo Camurri Il successo della filosofia pop è un bluff, comparso sull’inserto del Corriere della Sera “La lettura” del 29 gennaio 2012, ha avuto il merito di riaccendere i riflettori sulla natura e il senso di quella che si autodefinisce Pop-filosofia. Ciò che la lettura dell’articolo, al di là del suo manifesto intento polemico, non chiarisce è il reale oggetto del contendere: non si comprende se ciò che viene messo in discussione è la carente dignità ontologica dei suoi oggetti o piuttosto la deficitaria qualità “scientifica” delle procedure analitiche che ad essi vengono applicate. È ovvio che si tratta di questioni del tutto diverse. Infatti, se il vero fulcro della discussione è una domanda relativa a quale possa essere considerato legittimamente un oggetto filosofico, la Pop-filosofia è, nel sempre più desolato panorama culturale italiano, necessaria e doverosa, dal momento che l’offerta della casa è veramente di basso profilo. Basti ricordare en passant che abbiamo trascorso l’estate a dirimere la poco accattivante questione filosofico-epistemologica che ha riportato in auge un vecchio arnese teoretico come il realismo, infiocchettandolo, giusto per renderlo un po’ più digeribile, con l’autoindulgente dizione anglofila New-Realism, rivelatore calembour verbale che adotta una parola quasi nuova per alludere a una storia vecchia come il cucco.
In uno scenario di tal fatta la Pop-filosofia introduce nuova linfa in un corpo semimorto o comunque certamente non in buona salute, contribuendo a svecchiare e internazionalizzare la stantia, stanca e asfittica discussione accademica nazionale. Per l’esercizio filosofico, infatti, il confronto col contemporaneo non è un passatempo, ma un obbligo, un dovere istituzionale la cui inadempienza comporta l’automatico consegnarsi alla polvere delle biblioteche e al dimenticatoio della storiografia filosofica. Per una filosofa che da una prospettiva di filosofia di genere si occupa dell’idea corrente della donna e del femminile nelle società contemporanee, Sex & the City è più istruttivo e teoricamente stimolante di un trattato antropologico o di un saggio sociologico proprio in quanto costringe a pensare agli idealtipi femminili che vi vengono proposti sia come registrazione delle trasformazioni avvenute nella realtà, sia come invenzione e promozione di modelli comportamentali diffusi poi a livello planetario attraverso i mass media. Non è un divertissement, è materia viva e vitale per il pensiero che non necessita di investiture nobilitanti perché ciò che la rende teoreticamente interessante è la sua appartenenza alla cultura popular proprio per la sua capacità di andare incontro alle attese dei suoi fruitori, divenendo per questo, e solo per questo, oggetto di successo globale. In tal senso si può certo discutere del tipo di analisi filosofica che si intende applicarvi, ma non della sua necessità e urgenza culturale.
Se, invece, quel che s’intende sottoporre a critica è per l’appunto la metodologia analitica o l’approccio teoretico a questi ready-made del presente, i possibili diversi criteri adottabili (Barthes, Derrida e Žižek indicano strade differenti, non sovrapponibili per percorrere la fenomenologia della contemporaneità) sono evidentemente frutto di scelte teoriche che attengono al singolo studioso, alle sue preferenze filosofiche. Le modalità ermeneutiche che discendono dal decostruzionismo sono, per esempio, un veicolo privilegiato per la dissezione-comprensione filosofica dei fenomeni mediatici del presente, ma non sono le uniche disponibili, il che legittima una discussione sui metodi e sulle procedure interpretative.
Quello che tuttavia non può essere negato alla Pop-filosofia e che, malgrado le critiche e le diffidenze, la rende uno strumento potente di interpretazione del reale è il suo legame indissolubile con l’accadere (“una freccia scagliata al cuore del presente”, per usare un’espressione di Foucault), e attraverso questo nesso la sua capacità di restituire al filosofo e alla filosofia un ruolo pubblico da troppo tempo disatteso.